Giorgio Vacchiano: Il reale effetto dei rimboschimenti sul clima

Il servizio di TG1 ambiente del 26 maggio 2020, “Alberi per purificare l’aria”, di Marilù Lucrezio, ha raccontato agli ascoltatori che piantare alberi potrebbe danneggiare il clima. Ma come stanno realmente le cose?

La fonte del servizio è l’articolo di Michael Marshall “Planting trees doesn’t always help with climate change”, pubblicato su BBC Future lo stesso 26 maggio (https://www.bbc.com/future/article/20200521-planting-trees-doesnt-always-help-with-climate-change?fbclid=IwAR2uQy0Skl6eYP5KaqphH8LyII8N7JwrL_SsJ0aun-7BTTSnCHsiwIfYRJs). Tuttavia, la versione andata in onda in Italia ne ha banalizzato alcuni punti, arrivando al punto di comunicare che in Europa e in nordamerica piantare alberi sarebbe climaticamente inutile.

Secondo la miglior scienza disponibile, l’insieme di tutte le “soluzioni basate sulla natura”, che comprendono piantare alberi, gestire le foreste esistenti in modo “climaticamente intelligente”, fermare la deforestazione tropicale, conservare le aree umide e le torbiere, praticare l’agricoltura conservativa potrebbe aiutarci a conseguire il 30% della mitigazione climatica necessaria al 2030 per contenere il riscaldamento a fine secolo entro 2°C rispetto all’epoca preindustrale (Griscom et al. 2017). La sola espansione delle foreste in tutte le aree disponibili (escludendo quelle agricole, urbane e ad alto contenuto di biodiversità come le savane) potrebbe garantire, tramite la fotosintesi aggiuntiva, un sequestro addizionale di oltre 10 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno [fonte: IPCC Special Report on Climate Change and Land, 2019]. Un contributo non sufficiente, da solo, ma di cui non è possibile fare a meno se si vuole raggiungere l’obiettivo degli accordi di Parigi. Un contributo che però non è scontato.

Anzitutto, per realizzare questo potenziale occorre piantare “gli alberi giusti al posto giusto”, e assicurare alle nuove foreste cura e protezione dalla siccità e degli incendi, soprattutto nei primi anni. La scienza oggi conosce bene le tecniche migliori per realizzare foreste resistenti, resilienti e funzionali, e che siano in grado di auto-sostenersi ecologicamente una volta arrivate a maturità [Gann et al. 2019]. In secondo luogo, come suggerisce il servizio del TG1 Ambiente, ci sono situazioni in cui piantare alberi potrebbe innescare conseguenze opposte a quelli desiderati. Sono i cosiddetti “effetti biofisici”. Alberi e foreste hanno altri modi, oltre alla fotosintesi, per modificare il clima locale:

– cambiando il colore della superficie terrestre, da bianco (aree innevate senza alberi) o marrone (suoli tropicali deforestati) a mediamente scuro (nuove aree con alberi). Nel primo caso, corrispondente alle zone artiche e boreali, un colore superficiale più scuro si tradurrebbe in un riscaldamento, per lo stesso fenomeno che sperimentiamo quando entriamo in una automobile scura in una calda giornata d’agosto.

– evaporando più qcqua, cosa che può favorire la formazione di nubi (effetto raffreddante) ma anche aumentare la quantità di vapore acqueo in atmosfera, un gas serra naturale (effetto riscaldante).

– aumentando la rugosità della superficie terrestre, il che favorisce la dispersione di calore mediante turbolenze (effetto raffreddante).

– con la produzione di metano, un gas serra, soprattutto in di foreste delle aree caldo-umide o paludose (effetto riscaldante), e l’emissione dalle foglie di composti organici volatili che possono favorire la formazione delle nuvole (effetto raffreddante).

Come si vede, gli effetti biofisici hanno tra loro effetti opposti. Per ottenere una stima precisa, gli scienziati utilizzano modelli bio-fisici del clima terrestre, con i quali cercano di riprodurre gli effetti di un aumento o una diminuzione delle foreste e le relative conseguenze sul clima. Tuttavia, le poche ricerche condotte finora hanno fornito risultati contrastanti sul loro effetto complessivo – un dibattito estremamente attivo, ma non raccontato dal servizio del TG1 (come invece fatto dal pezzo della BBC). Questa incertezza è determinante, perché secondo l’IPCC, c’è una alta probabilità che su scala locale gli effetti biofisici siano più importanti di quelli determinati dalla fotosintesi.

In realtà, il bilancio netto sul clima dipende dall’area geografica dove si piantano le nuove foreste, dalla specie utilizzata, e dall’umidità del suolo. Secondo i modelli considerati dall’IPCC, un aumento di foreste ai tropici causerebbe un rinfrescamento sia globale che locale (2.5 gardi in meno nel Sahel, 1.2 in meno in Cina, e fino a 8 gradi in meno nel Sahara occidentale). Contrariamente a quanto riportato da TG1 ambiente, il cui claim basato è su una ricerca vecchia ormai di 13 anni (Bala et al. 2007) e superata da nuovi studi, secondo il rapporto speciale dell’IPCC anche in Europa e Nord America un effetto rinfrescante è possibile come risultato dell’espansione delle foreste, tranne nelle zone più aride, dove non c’è abbastanza acqua da far evaporare e l’effetto “inscurimento” sarebbe prevalente. Secondo alcuni ricercatori, le ondate di calore del 2003 e del 2010 in Europa sarebbero state molto più deboli in caso di afforestazione su larga scala.

L’unica area dove i due effetti si compensano a vicenda sembra essere quella boreale-artica dove, a causa dell’effetto-colore, la messa a dimora di nuove foreste avrebbe un effetto climatico tre volte meno efficace rispetto alle zone tropicali (Arora e Montenegro 2011). Ma secondo studi più recenti, considerando sia gli effetti biofisici che la fotosintesi, l’afforestazione di 800 milioni di ettari a livello mondiale risulterebbe in una diminuzione della temperatura di 1 grado nelle regioni temperate e 2.5 in quelle boreali (Sonntag et al. 2018).

C’è però un terzo punto, il più importante. Le città del mondo stanno subendo le più dure conseguenze dei cambiamenti climatici: ondate di calore estivo, precipitazioni intense e improvvise, il peggioramento della qualità dell’aria. E gli alberi hanno, nei confronti di queste minacce, poteri eccezionali. Non tanto tramite l’assorbimento di CO2, di entità estremamente limitata in confronto alle emissioni di una città, ma facilitando l’adattamento dei cittadini. Rinfrescando l’aria durante le ondate di calore, assorbendo parte degli inquinanti e delle polveri sottili, riducendo il deflusso delle acque superficiali. Migliorando, in sintesi, la salute e il benessere dei cittadini, in modo “altamente probabile” – come conclude anche il rapporto IPCC su Climate Change e Land.

*******

Giorgio Vacchiano è ricercatore in gestione e pianificazione forestale presso l’Università Statale di Milano, studia modelli di simulazione in supporto alla gestione forestale sostenibile, la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico e ai disturbi naturali nelle foreste temperate europee. Si occupa di didattica e comunicazione della scienza, ha all’attivo numerose pubblicazioni scientifiche e nel 2018 è stato nominato dalla rivista Nature tra gli 11 migliori scienziati emergenti nel mondo che «stanno lasciando il segno nella scienza». È membro della Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF), di cui coordina il gruppo di lavoro sulla comunicazione; dell’Ecological Society of America (ESA); è inoltre consigliere dell’Associazione Pro Silva Italia e autore di La resilienza del bosco (Mondadori, 2019).

 

Fonti

  • IPCC (2019) Special report on climate change and land. https://www.ipcc.ch/srccl/
  • Arora, V.K. and A. Montenegro, 2011: Small temperature benefits provided by realistic afforestation efforts. Nat. Geosci., 4, 514–518, doi:10.1038/ngeo1182.
  • Bala, G., K. et al., 2007: Combined climate and carbon-cycle effects of largescale deforestation. Proc. Natl. Acad. Sci., 104, 6550–6555, doi:10.1073/ pnas.0608998104.
  • Gann, G. D., McDonald, T., Walder, B., Aronson, J., Nelson, C. R., Jonson, J., … & Hua, F. (2019). International principles and standards for the practice of ecological restoration. Restoration Ecology, 27, S1-S46.
  • Griscom, B.W. et al., 2017a: Natural climate solutions. Proc. Natl. Acad. Sci., 114, 11645–11650, doi:10.1073/pnas.1710465114.
  • Sonntag, S. et al., 2018: Quantifying and comparing effects of climate engineering methods on the Earth system. Earth’s Futur., doi:10.1002/eft2.285.

Post correlari

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi